Dipendenza Affettiva

“L’amore può trasformarsi in una dipendenza affettiva, ma la dipendenza affettiva non si trasforma mai in amore.”

UNA DEFINIZIONE

La Dipendenza Affettiva è un disturbo della sfera emotiva e relazionale caratterizzato dalla centralità di un “oggetto d’amore” verso il quale il soggetto dipendente nutre sentimenti disfunzionali di esclusività.

Ci accorgiamo di essere in presenza di Dipendenza Affettiva se la persona prova la forte sensazione di esistere solo quando c’è l’altro, e va in elevato stato di allarme in mancanza della presenza del partner. Quindi pensare  la propria vita senza l’altro diventa inimmaginabile,   l’ oggetto del proprio amore viene vissuto come l’ unica fonte di gratificazione,  ed esiste il rischio fortissimo che le proprie attività quotidiane vengano trascurate in virtù del tempo passato con l’altro, che diventa l’unica cosa importante. La ricerca continua di sempre maggiori dosi temporali da dedicare al partner riduce così sempre di più il proprio tempo autonomo, e i contatti con l’esterno.

Ovviamente tutto questo ha importanti conseguenze sul piano cognitivo, emozionale e del comportamento

 

ASPETTI COMPORTAMENTALI

Tra gli aspetti comportamentali possiamo trovare facilmente Assenza di amor proprio, intolleranza alla solitudine e alla distanza, depressione e malinconia, senso di colpa e di inferiorità, gelosia e possessività, comportamenti compulsivi, atteggiamento condiscendente verso l’oggetto di dipendenza, incapacità di prendere decisioni, tendenza a delegare proprie responsabilità, tendenza a rinunciare a impegni o attività importanti, quindi ad avere una vita sociale limitata, pur di incontrare l’altro. Sembra essere presente un costante stato d’attesa e possono verificarsi tentativi di indagine e/o pedinamento finalizzati a creare una “illusione di controllo” sull’oggetto d’amore.

 ASPETTI COGNITIVI

Tra gli aspetti cognitivi abbiamo un pensiero costantemente concentrato sull’oggetto d’amore, la tendenza a riportare a sé e/o alla relazione i comportamenti dell’altro, ossessività nel pensiero.

Inoltre compare la tendenza a sovrastimare i segnali di conferma e a sottostimare quelli di disconferma, una difficoltà di concentrazione, la forte idealizzazione della persona amata, e le relazioni circostanti sono vissute come intralci o come minacce al legame d’amore.

ASPETTI CLINICI

Infine possiamo avere disturbi clinici come disturbi del sonno, alterazione significativa delle abitudini alimentari, impulsività, ansia generalizzata con o senza attacchi di panico, un utilizzo compulsivo del telefono cellulare e/o di Internet, ritiro sociale, perdita del senso di realtà da moderata a severa, percezione di Sé scissa e disgregata, paura di perdere il controllo, idee ossessive, paura di impazzire, paura viscerale dell’abbandono.

Il partner assume il ruolo del salvatore, diventa lo scopo dell’esistenza, e l’assenza dell’oggetto amato, anche se temporanea, dà la sensazione al soggetto di non esistere, di avere un vuoto, di non avere più una propria identità.

Il dipendente affettivo soffre dell’ incapacità di essere felice e crede che solo l’altro possa permettergli di provare qualcosa ed esistere (è come se vivesse per procura).

I dipendenti affettivi sono ossessionati  da bisogni irrealizzabili e spesso da aspettative irrealistiche, e ritengono che occupandosi sempre dell’altro (di questo NOI idealizzato) le loro relazioni possano diventare stabili e durature.

Ma è impossibile avere un noi se non attraverso un IO che incontra un altro IO, e questo Io deve esistere da prima e saper camminare sulle sue gambe.

COME NASCE UN DIPENDENTE AFFETTIVO

All’inizio (fase dell’innamoramento) c’è una grande sensazione di ebbrezza particolare, che assume la funzione di fuga dal vuoto interiore e dal dolore emotivo onnipresente. Questa sensazione così piacevole viene quindi continuamente ricercata, poiché non se ne riesce più a fare a meno. Così come la sostanza che provoca dipendenza (alcool, droga, gioco d’azzardo etc), viene continuamente ricercata per ripetere l’esperienza positiva, così la vicinanza e il contatto con quella persona diventa l’unica cosa che è in grado di alimentare quella persona per sentire l’ebbrezza iniziale. Ma il rimedio a lungo andare è peggiore del male che si tenta di fuggire, perché non aiuta in realtà a sentirsi meglio, ma solo a sentirsi meno male per l’istante di una fuga. La dipendenza quindi rappresenta una scorciatoia verso un benessere transitorio e non stabile.

Questo meccanismo ovviamente ha degli effetti estremamente negativi sull’AUTOSTIMA e la sensazione di sicurezza in sé, aumentando il sentimento di colpa e vergogna (non merito il suo amore), e la paura FOBICA di perdere la persona amata.

Il dipendente affettivo vuole essere amato ad ogni costo, senza sapere cosa significhi amare se stesso, sogna un amore che colmi il vuoto immenso che lo pervade, anche se in fondo non crede di meritare di essere amato per ciò che è.

Convinto di non meritare di essere amato, con la paura di non piacere e il terrore della solitudine, il D.A. accetta di fare qualunque cosa per l’altro, anche laddove la richiesta va oltre i suoi valori e il suo codice morale. Questo complesso di inferiorità, questa paura del vuoto, lo porta spesso ad asservirsi, talvolta a tollerare l’intollerabile, pur di conservare quel poco di amore che è riuscito a strappare. Non sapendo porre limiti, vivendo una paura viscerale di essere abbandonato, e conoscendo poco il suo valore, spesso è un soggetto esposto all’abuso.

Ma questo tollerare comportamenti sempre più intrusivi, alimenta una forma di violazione nei suoi confronti, violazione della quale è complice; la sua libertà di essere viene delegata a qualcun altro. IL POTERE CHE L’ALTRO PUÒ AVERE SUL DIPENDENTE È QUELLO CHE IL DIPENDENTE GLI ACCORDA.

Non si tratta di AMARE TROPPO, ma della sofferenza che si prova perché non si sa amare il nostro essere sofferente, carente di amor proprio.

Si tratta dell’amore sì, ma di un BISOGNO COMPULSIVO ED ECCESSIVO DI AMORE, guidato dal bisogno esagerato di essere accuditi e da un’angoscia di separazione.

CAUSE DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

Il dipendente affettivo dedica tutto il suo tempo all’altro, vede nell’amore la soluzione di tutti i suoi problemi, che spesso hanno origine nell’infanzia.

I FATTORI PREDISPONENTI possono essere:

  • Relazioni conflittuali tra i genitori
  • Esperienze d’abuso infantile
  • Separazione e divorzio
  • Precoce genitorializzazione del bambino
  • Elevato conformismo sociale
  • Utilizzo di sostanze
  • Senso di autostima disfunzionale

Ci può essere una storia infantile di limitazione dei bisogni che non sono stati ascoltati o non hanno trovato soddisfazione, o si è vissuto il rifiuto da parte delle figure di riferimento tanto da far nascere pensieri e convinzioni del tipo: “i miei bisogni non sono importanti” o “ non sono degno di essere amato”, o “non merito amore”. Si vive nella paura di essere rifiutati e si tenta di scappare dal dolore.

La Dipendenza Affettiva allora diventa una TENTATA SOLUZIONE alla sofferenza. Spesso ritroviamo un genitore freddo o non affettivamente disponibile.

Attraverso l’identificazione con il partner le persone dipendenti cercano di salvare se stessi e colmare le proprie carenze affettive. Nella vita di coppia si riattribuiscono, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori, nel tentativo di cambiare il finale. L’assenza della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza nell’infanzia genera il bisogno di controllare l’altro, nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto.

Le donne che hanno avuto un rapporto conflittuale col padre, senza mai provare esperienze di sostegno da questa figura, tenderanno a cercare partner a cui sottomettersi per avere la sensazione di essere protette.

Così come uomini che hanno avuto una figura materna iperprotettiva tenderanno a sviluppare odio verso il padre, contrapposto alla madre, e a provare adorazione per una madre iperaccogliente, ricercando queste caratteristiche nelle sue relazioni da adulto, e, non trovandole, potrebbe sviluppare codipendenza.

Poi ci sono i casi limite di abuso sessuale, ma più spesso di abuso psicologico: quelli che non hanno avuto una relazione di scambio amorevole con le figure genitoriali, generano una “immaturità psicoaffettiva”.

LA DIPENDENZA AFFETTIVA E’ UN PROBLEMA RELAZIONALE

La Dipendenza Affettiva non è un fenomeno che riguarda una sola persona, ma è una dinamica a due. A volte il partner del “dipendente affettivo” è un soggetto problematico, che  maschera  la propria dipendenza affettiva con una dipendenza da droga, alcol o gioco d’azzardo. In questo caso i problemi del compagno diventano la giustificazione per dedicarsi interamente all’altro bisognoso, non prendendosi il rischio di condurre un’esistenza per sé. Altre volte la persona amata è rifiutante, sfuggente o irraggiungibile, per esempio sposata o non   interessata alla relazione.  In  entrambi i  casi quello che seduce è la lotta: la dipendenza si alimenta del desiderio di essere amati proprio da chi non ci ricambia in modo soddisfacente, e cresce in proporzione al rifiuto, anzi se non ci fosse quest’ultimo, il presunto amore non durerebbe. La persona che ha una dipendenza affettiva di solito soffoca ogni desiderio e interesse individuale per occuparsi dell’altro ma inevitabilmente viene  delusa e il suo amore prende la forma del  risentimento. Allo stesso tempo non riesce ad interrompere la relazione, in virtù di ciò che definisce “amare troppo”, non rendendosi conto che questo comportamento distrugge l’amore che richiede invece autonomia e reciprocità.

Posto che un sistema relazionale è costituito dagli individui e dalla relazione che li lega, e che tutti i sistemi tendono a raggiungere un equilibrio stabile e a mantenerlo (omeostasi) opponendosi al cambiamento, ne consegue che ciò accade anche quando l’equilibrio è patologico, come nella Dipendenza Affettiva. Questo spiega perché è così difficile uscire da quegli schemi.

DIPENDENZA AFFETTIVA E AMICIZIA

La dipendenza affettiva non si limita ai rapporti di coppia, ma può essere presente nei rapporti di amicizia, familiari o lavorativi:

Nell’amicizia dà vita a relazioni asimmetriche e spesso simbiotiche: il dipendente affettivo dimentica se stesso e impiega tutte le sue energie a soddisfare i bisogni degli amici, a tentare di renderseli fedeli. Tutto ciò per meritare di essere amato, poiché non se ne crede degno. Si impegna tantissimo a compiacere gli altri e ha difficoltà a porre dei limiti, mancando spesso di considerazione e rispetto di sé. Anche in amicizia alla fine si ha la sensazione di essere stati sfruttati, di aver dato a oltranza a persone da cui non si è ricevuto ciò che ci aspettavamo in cambio dei nostri buoni favori.

 DIPENDENZA AFFETTIVA E RELAZIONI FAMILIARI

Nei legami familiari la dipendenza affettiva può infiltrarsi anche nei rapporti dove l’intensità del legame affettivo è legittimo, come quello genitori-figli. Quando? Quando c’è una smisurata sofferenza data dalla paura dell’abbandono, dal vuoto insopportabile dell’assenza o dell’allontanamento. Caratteristiche di questo legame, che diventa malsano possono essere: sentirsi completamente disorientati e perduti davanti all’assenza del figlio adulto; provare gelosia per le amicizie del figlio; imporre limiti esagerati alle uscite; privarsi delle proprie attività in attesa di una telefonata o solo per stare vicino fisicamente. Alcuni genitori tollerano comportamenti che considerano inaccettabili, essendo incapaci di porre dei limiti (es. di una madre che accetta violenza verbale o anche fisica dal figlio alcolizzato, minimizzando ciò che accade, per paura che il figlio interrompa il loro rapporto prendendone le distanze). Sono genitori pronti a sacrificare tutto per un briciolo di attenzioni e affetto da parte dei figli.

Si nota una INCAPACITÀ di trovare una definizione al di fuori del ruolo genitoriale inteso come esclusiva dedizione ai figli.

Anche i figli che non vogliono andarsene possono manifestare la loro dipendenza affettiva attraverso la volontà di essere sempre sotto la responsabilità di qualcuno, anche se poi non accettano di essere considerati immaturi o irresponsabili. Spesso dietro quasti dipendenti incapaci di prendere decisioni, si nasconde una personalità ansiosa, con una bassa autostima e che procrastina all’infinito la sua realizzazione personale.

Ci sono poi però i figli che provengono da un ambiente disfunzionale, a volte violento, talmente indeboliti dalla vita da non riuscire a tagliare i ponti con i genitori che li avvelenano: vivono un conflitto di lealtà, si sentono sempre colpevoli, perché sono stati programmati ad amare incondizionatamente i genitori.

DIPENDENZA AFFETTIVA LAVORO

Al lavoro il dipendente affettivo ha un bisogno cronico di riconoscimento, dipende dallo sguardo e dall’approvazione degli altri, soprattutto i superiori. Focalizzato sugli altri, non conosce se stesso e i suoi limiti, che tenta continuamente di superare; non si sente mai all’altezza, non fa mai abbastanza. Il lavoro diventa la sua unica fonte di valorizzazione, ma non essendo mai una totale certezza, deve continuamente dimostrare di meritarla, ogni piccolo errore è un errore di troppo. Questo spingersi sempre oltre può scaturire nella sindrome da barnout, i cui sintomi sono simili alla depressione, e che portano a percepire ciò che accade come l’ennesimo fallimento.

 

LA SOLUZIONE

 Come per chi è dipendente da sostanze, per uscire fuori dalla dipendenza affettiva è necessario un periodo di RECUPERO.

Il recupero è un processo di ripresa del controllo sulla propria vita, in seguito a un periodo di dipendenza.

  1. Innanzi tutto occorre ammettere di essere vulnerabili, cioè di essere dipendenti affettivi, e che ciò ha influenzato estremamente in negativo la nostra vita e le nostre relazioni.

Il dipendente affettivo ha passato il suo tempo a vivere in funzione di obiettivi, valori, obblighi e aspettative imposti dall’esterno (partner, famiglia, superiori o società); quindi non ha avuto il tempo di chiedersi se è questo che vuole davvero, se gli fa piacere, se risponde ai suoi bisogni, quindi ha impiegato quel tempo a rispondere ai bisogni di altri, cosa che aumenta il suo senso di vuoto.

  1. Il secondo passo allora è quello di correre il rischio di chiederci quali sono i nostri bisogni e cosa conta per noi, consacrare tempo ed energia a noi stessi, togliendone un po’ agli altri. Ciò non significa diventare egoisti, anzi, pensare a sé è una prova di maturità: se sono sufficientemente responsabile da rispondere ai miei bisogni, non ricado sotto la responsabilità di qualcun altro, non sono inadeguato sul piano emozionale e dimostro di essere abbastanza autonomo da compiere le mie scelte in libertà.
  1. Per il dipendente affettivo prendersi cura di sé è un rischio, perché in questi momenti l’altro potrebbe scappare o abbandonarlo. Se ciò accade inizialmente si credono perdite significative, ma con l’aumento dell’autostima ci si rende conto che si tratta di persone “parassiti”, quelli che non hanno niente da offrire e tutto da prendere, e quindi ci si rende conto che è un bene per noi.

Questo percorso non è sempre lineare, ovviamente il senso di colpa, la vergogna, i pensieri disfattisti, la paura dell’abbandono, le relazioni  malsane che manteniamo e un autostima vacillante ostacolano il cammino, ma più siamo autonomi nella soddisfazione dei nostri bisogni, meno dipendiamo dagli altri per farlo, più contiamo su di noi per rispondere ai nostri bisogni, meno carenze avvertiamo sui vari piani. Più soddisfiamo i nostri bisogni, più conosciamo il nostro valore e sentiamo di vivere in armonia con noi stessi, meno aspettiamo il permesso altrui per osare, meno ci sentiamo frustrati.

 

Diminuiscono così anche le aspettative sugli altri e i rapporti possono diventare meno conflittuali e più soddisfacenti. Abbiamo meno bisogno degli altri per sapere quello che vogliamo e quanto valiamo.

  1. Quindi il passo successivo e consequenziale è la conquista dell’autonomia (all’altro capo della dipendenza), andare a cercare nel suo intimo quello che disperatamente cerca fuori da sé. Essere autonomi non significa solo rispondere ai propri bisogni, ma anche essere in grado di percepirli, di rimanere all’ascolto di sé, dei propri desideri, di ciò che è importante e di quello che è davvero motivante. Scegliere l’autonomia significa andare da qualche parte senza aspettare il permesso di qualcuno, significa prendere le proprie decisioni e avere il coraggio di assumersene la responsabilità (scegliere, osare, agire, farsi carico)…così riprendiamo il controllo della nostra vita.

Comincerà un dialogo col proprio IO, si imparerà ad amarsi, ad avere fiducia in sé, ad avere il coraggio di essere felici.

Sebbene alieni e indebolisca la persona che ne soffre, la Dipendenza Affettiva non ha il potere assoluto sulla vita: in realtà la sofferenza e la soluzione sono entrambi dentro la persona dipendente, e la misura del potere della dipendenza affettiva deriva da quanto la persona stessa ha delegato al disturbo al fine di non doversi affrontare, e per non affrontare quel vuoto interiore che lo tiranneggia.

CONCLUSIONI

Riassumendo, il percorso di guarigione  presuppone una RIDEFINIZIONE DI NOI STESSI, del nostro modo di percepire l’amore, l’attaccamento, la libertà e la vita.

Occorre imparare a

  • porre dei limiti
  • Concretizzare i propri sogni
  • Porre rimedio o accettare le proprie debolezze
  • Sperimentare cose nuove
  • Agire in prima persona
  • Correre il rischio di vivere nuove avventure

Alla fine del percorso troveremo una persona nuova, che si accetta per quello che è, che si sente ricco e orgoglioso di essere unico, che avrà saputo tirar fuori la parte più bella e viva di sé.

Bibliografia:

Marie-Chantal Deetjens “Dire Basta alla Dipendenza Affettiva”, Ed. Il Punto d’Incontro

Umberta Telfner “Gli amori briciola”, Ed. Magi

Enrico Maria Secci “Gli uomini amano poco. Amore, coppia, dipendenza.” Ed. Autorinedi

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